martedì, giugno 21, 2011
FITCH minaccia gli U.S.A.....
venerdì, maggio 20, 2011
mercoledì, maggio 18, 2011
Altro che 2012. La Federal Reserve alzerà i tassi soltanto nel 2018...
Ma se il mercato scommette su un rialzo dei tassi entro un anno, al momento prossimi allo zero, gli economisti di Goldman Sachs la vedono diversamente. E non parlano di 2013 o di un leggero ritardo. A loro dire i tassi potrebbero rimanere invariati ancora fino al 2018. Non è lo stimolo economico da solo a giocare un ruolo chiave nella decisione; a loro avviso i tassi sui fed funds dovrebbero rimanere praticamente azzerati ancora a lungo per supportare il processo di risanamento dei conti pubblici.
"Il meglio che la Fed possa fare al momento è mantenere i tassi di interesse inalterati, per supportare la crescita in un periodo in cui sarà fondamentale attuare le riforme di consolidamento fiscale", scrive nella nota l’economista di Goldman Sven Jari Stehn. "La situazione fiscale attuale dovrebbe contribuire a mantenere il livello dei tassi invariato ancora a lungo".
Infatti, anche se i politici dovessero trovare a breve un accordo per tagliare la spesa e alzare le tasse, ci vorrà del tempo per portare il deficit sotto controllo, deficit che quest’anno è nella giusta strada per raggiungere il 7,7%.
Ecco allora che, basandosi sui dati storici analizzati, che parlano di 6 anni perché le misure di stretta fiscale facciano effetto, gli economisti di Goldman credono che potremmo avere una situazione più propensa a un rialzo dei tassi di interesse, solo intorno al 2018. Gli ultimi dati, che parlano di una ripresa più lenta, alimentano le aspettative su tassi di interesse invariati e dovrebbero continuare a spingere sulla debolezza del dollaro.
martedì, aprile 05, 2011
BERNANKE: L'AUMENTO DELL'INFLAZIONE SARÀ TRANSITORIO...
venerdì, marzo 04, 2011
38 miliardi di dollari pronti per entrare sui mercati...

Warren Buffett è alla ricerca di nuovi acquisizioni per cercare di investire al meglio i suoi 38 miliardi dollari di cash flow, come ha ribadito nella sua lettera annuale agli azionisti di Berkshire Hathaway Inc.
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ACQUISIZIONI E MERCATO. Buffett prevede un investimento aggressivo per far crescere la raccolta degli investitori di Bershire, in quanto lo stesso oracolo di Omaha prevede per il 2011 un mercato azionario bullish e un recupero del mercato immobiliare che potrebbe iniziare già entro la fine del primo semestre. Soprattutto, però, il suo obiettivo è anche quello di espandere l’ attività non assicurativa, una vasta opportunità che darebbe più visibilità a Burlington Northern (settore ferroviario) e a MidAmerican (energia). "La nostra arma elefante è stata ricaricata, e il mio dito è impaziente di cliccare il tasto BUY", ha detto Buffett.
LA LETTERA. è stata rilasciata poco prima delle 8:00 di Sabato, come è avvenuto in tutti questi ultimi anni e molti grandi investitori non nascondono di alzarsi presto quel giorno per leggere istantaneamente il messaggio di Warren. Il cosiddetto "Oracolo di Omaha" attraverso il suo fondo avrà bisogno di "più importanti acquisizioni" per raggiungere l'obiettivo che si è prefissato quest’anno. Un investitore di lunga data in Berkshire ha definito la lettera di Buffet come "incisiva" ed improntata ad offrire "fiducia al popolo americano". "Direi che come investitore, questa lettera è molto ottimista, e che stimoli lo stesso investitore ad entrare nel mercato quando tutto il mondo è spaventato", ha detto Tom Russo, partner di Gardner Russo & Gardner a Lancaster, Pennsylvania, che è uno dei 15 più grandi detentori di azioni del fondo Berkshire.
venerdì, febbraio 18, 2011
lunedì, febbraio 14, 2011
Previsioni oltraggiose per un anno delicato...
XXXX una banca di investimenti di rilievo internazionale specializzata nel trading e negli investimenti online su tutti i mercati finanziari internazionali; ogni anno, i suoi economisti stabiliscono dieci previsioni definite “oltraggiose”, perché poco probabili, ma che se si dovessero realizzare produrrebbero un impatto sui portafogli straordinario.
L’anno scorso, tre di queste previsioni si sono veramente realizzate , e sono:
- gli Stati Uniti hanno effettivamente assistito alla nascita di un terzo partito (Tea Party);
- la rendita delle obbligazioni tedesche è caduta al 2,25% (ad agosto);
- il prezzo dello zucchero ha realmente perso un terzo del suo valore (a maggio).
Insomma il folle 2010 ha dimostrato che ben tre su dieci di quelle che a inizio anno erano state definite come previsioni poco probabili o per niente probabili si sono rivelate la pura verità, riempiendo d’orgoglio quelli della XXXX, che puntualmente, anche perché rinvigoriti dal “successo”, sono tornati alla carica quest’anno “sparandone” di nuove. Dato il corso degli eventi di questi anni, è probabile anche che facciano un bel bis, indovinando anche nel 2011 qualche possibile stravolgimento nei mondi della finanza, della politica e dell’economia. Vediamo cosa hanno ideato quest’anno:
1. Il Congresso americano bloccherà il QE3 (nuova iniezione monetaria). La Federal Reserve sarà sul banco degli imputati nel secondo semestre. La sua politica monetaria ha prodotto crisi immobiliari e bancarie, oltre che una fetta importante dell’aumento del debito pubblico. Il Congresso dovrebbe impedire alla Federal Reserve di raddoppiare il suo bilancio e forse persino condurla a riconsiderare il suo doppio mandato di stabilità dei prezzi e di bassa disoccupazione.
2. Apple comprerà Facebook. Steve Jobs ha proposto un partenariato a Facebook, ma i negoziati non hanno condotto a un accordo che rendesse tutti contenti. Apple probabilmente tenterà l’offerta.
3. Il dollaro guadagnerà il 25%. L’economia mondiale sembra riprendersi, ma le turbolenze potrebbero arrivare dalla Cina, in particolare da un rallentamento del settore industriale. Con le economie europee e giapponese in difficoltà, il dollaro potrebbe guadagnare un buon 25%.
4. Il rendimento delle obbligazioni americane sui 30 anni cadrà al 3%, approfittando della ricerca di un “valore rifugio”.
5. Il dollaro australiano perderà il 25% nei confronti della sterlina, visto che l’Inghilterra sembra ritrovare i suoi valori ancestrali: il lavoro, il risparmio e la crescita. L’Australia, al contrario, soffrirebbe di eventuali instabilità cinesi.
6. Il petrolio salirà a 100 dollari, sulla scia delle previsioni di ricrescita americana, prima di perdere un terzo del suo valore.
7. Il gas naturale guadagnerà il 50% grazie a un netto aumento della domanda.
8. L’oro salirà a 1800 dollari l’oncia, approfittando della “guerra delle monete”.
9. L’indice S&P 500 delle azioni americane supererà il suo livello record del 2007 e guadagnerà il 30% sull’effetto della politica monetaria, e questo anche se non sarà seguita dall’economia reale.
10. L’indice delle azioni russe (RTS- Russian Trading System) raddoppierà di valore, approfittando inizialmente dell’aumento del petrolio, ma anche di una valutazione particolarmente vantaggiosa, a un PER (Price-Earnings Ratio, rapporto prezzo/utili) di sole 8,6volte.
Un’analisi particolareggiata, molto tecnica ovviamente, ma di sicuro c’è che non si tratta di ipotesi del tutto campate in aria. Alla XXXX si conta di centrare il bersaglio con una delle previsioni in particolare? La risposta è sì: per il responsabile del consiglio sul mercato, la previsione “oltraggiosa” che produrrà il più forte impatto sui portafogli sarà la prima.
“Sarà tutto l’edificio a crollare” ha dichiarato in un’intervista al Temps. A noi non resta altro da fare che vedere come si sviluppano le cose, sperando di non sentire la “botta”, segno che il crollo non sarà avvenuto, e che l’economia americana, tuttora la più forte al Mondo, non avrà mandato il sistema finanziario internazionale nel parapiglia.
[fonte riservata]
giovedì, febbraio 10, 2011
...e l'FMI recita il mea culpa....
Le durissime critiche al comportamento del Fondo, giudicato troppo influenzato dai grandi paesi industriali, sono contenute in un rapporto pubblicato ieri dall'ufficio di valutazione indipendente dell'Fmi. Il capo dell'istituzione di Washington, Dominique Strauss-Kahn, ha accettato di dover fare un "mea culpa", aggiungendo però che alcune delle lacune che hanno portato al fallimento dei compiti di sorveglianza sono state in parte corrette con le riforme avviate dal Fondo dopo la crisi e dirette al rafforzamento della sorveglianza, soprattutto preventiva, e a una maggior attenzione alla solidità dei sistemi finanziari.
Curiosamente, il rapporto esce subito dopo la denuncia dell'ex capo economista dell'Fmi, Raghuram Rajan (in un articolo sul Sole 24 Ore di martedì scorso), sull'incapacità degli economisti di prevedere la crisi: proprio Rajan era stato fra i pochi, già nel 2005, ad allertare sulla possibilità di una grave crisi, ma i suoi interventi avevano avuto scarsa eco nei pronunciamenti ufficiali del Fondo. Questi vengono a volte ammorbiti per evitare contrasti con i più importanti paesi membri.
L'abilità dell'Fmi di identificare correttamente i crescenti rischi è stata ostacolata tra l'altro, secondo il rapporto, dalla convinzione che una severa crisi finanziaria nei paesi avanzati fosse improbabile. Il Fondo riteneva che i mercati finanziari fossero fondamentalmente solidi e le grandi banche in grado di affrontare i problemi più prevedibili: questo ha portato a ridurre il senso di urgenza nel risolvere le situazioni a rischio. Il rapporto è particolarmente critico nei confronti delle procedure di sorveglianza bilaterale esercitate dall'Fmi su Stati Uniti e Gran Bretagna, dove i sistemi finanziari hanno poi rivelato enormi pecche. Mesi dopo lo scoppio della crisi, nell'immimenza del tracollo di Lehman, il Fondo aveva affermato che «il peggio è passato». Il documento dedica un'analisi specifica agli Usa e all'ottimismo del Fondo sull'innovazione finanziaria e al ritardo nell'individuazione dei rischi. Spesso, secondo il rapporto, l'istituzione di Washington ha abbracciato le tesi delle autorità americane, soprattutto la Federal Reserve, in difesa della grande finanza Usa.
I paesi industriali, tra l'altro, non erano stati inclusi nell'esercizio per identificare le vulnerabilità iniziato dppo la crisi asiatica della fine degli anni 90. I paesi emergenti hanno ripetutamente lamentato i due pesi e due misure della sorveglianza dell'Fmi, spesso aspra nei confronti delle loro politiche economiche, ma molto più blanda nei confronti delle principali economie avanzate.
Giappone e GB...aumentano i timori sul debito e il deficit di bilancio...
È quanto chiede il vicedirettore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), Naoyuki Shinohara, in conferenza a Tokyo.
Per Shinohara "se persisterà la situazione attuale del bilancio, si verificheranno di sicuro problemi" auspicando che nel paese si raggiunga "al più presto un accordo su un piano di consolidamento del bilancio".
Shinohara ha anche sottolineato che le banche giapponesi devono rafforzare ulteriormente il capitale e gli accantonamenti per centrare gli standard internazionali, ricorrendo principalmente ad aumenti di capitale.
Thomas Byrne, vicepresidente senior di Moody's ha indicato che Moody's non prevede azioni sul rating sovrano del Giappone e conferma la valutazione di AA2 con prospettive stabili. A fine gennaio Standard & Poor's, invece, aveva abbassato il rating del Giappone di un gradino ad AA-.
Intanto dalla Gran Bretagna arrivano i dati relativi al deficit commerciale di dicembre. Nell’ultimo mese dello scorso anno il disavanzo commerciale nel Regno unito è stato pari a 9,2 miliardi di sterline, cifra record dal lontano 1980.
Per l'intero 2010, i dati preliminari diffusi dall’Istituto di statistica nazionale indicano un rosso di 97,4 miliardi rispetto agli 82 miliardi del 2009.
Lo scorso lunedì 31 gennaio il premier David Cameron aveva ribadito che l'economia inglese necessita di fiducia dei consumatori e delle imprese e ''il modo migliore per far crescere la fiducia e' intervenire su deficit e debito pubblico''. ''La cosa peggiore che possiamo fare e' dire che non stiamo abbattendo il nostro debito'', aveva detto Cameron alla BBC, aggiungendo che il 2011 sarà un anno difficile ''ma il governo ha imboccato la strada giusta e la gente comprende quanto stiamo facendo''. Il premier aveva anche sottolienato che ''se non interveniamo su deficit e debito pubblico potremo trovarci nella situazione di Grecia e Irlanda''.
lunedì, gennaio 24, 2011
Rafforza l'EURO...
Messaggio forte da parte dell’industria ed economia tedesca. Grazie a IFO in rialzo ben oltre le previsioni, abbiamo avuto una spinta ulteriore per EURO, TITOLI, e della propensione al rischio.
Ulteriori fattori a sostegno del sentimento finanziario attuale, la fase di intensificazione nelle trattative per la creazione del fondo-salva stati, la nazionalizzazione, anche se temporanea, delle Casse di Risparmio in SPAGNA. Tutti fattori a ridurre, almeno in questa fase, gli eccessivi timori e paure sui DEBITI, sovereign in particolare. Quindi con il rialzo della propensione del rischio vantaggi per l’EURO, a scapito del DOLLARO, che ha innescato necessità di copertura di posizioni contrarie a questo movimento attuale.
Dal JPN la banca centrale per la prima volta da molti mesi, nel suo rapporto mensile, da delle indicazioni positive sullo stato della sua economia, con previsioni di miglioramento, grazie al sostegno robusto dalle esportazioni in ASIA. In settimana avremo parecchi DATI fondamentali e riunioni chiave.
domenica, dicembre 19, 2010
THREE DRIVE BULLISH...? (sul cross EUR/USD)

Sul cross EURO/DOLLARO si sta configurando un three drive bullish pattern, conformazione grafica che spingerebbe l'euro a segnare nuovi massimi sul dollaro oltre 1,60. La figura necessita tuttavia della prosecuzione della gamba rialzista (C') che spinga i corsi fino all'area 1,44, quindi una fase di debolezza che riporti l'euro sotto 1,16. (sul grafico allegato sono evidenziati i tempi di raggiungimento degli obiettivi correttivi, fine ottobre 2011....metà aprile 2012 - quelli rialzisti invece potrebbero essere stati già raggiunti o da raggiungere entro il primo semestre 2011)
sabato, dicembre 04, 2010
Chi sarà per primo ad abbandonare l'Euro...?
Il controllo politico sull'Europa comincia a venire meno ora che la crisi esistenziale dell'Eurosistema si aggrava giorno dopo giorno. I numerosi discorsi, interviste, articoli ed altre dichiarazioni pubbliche sul “futuro dopo l'Euro come lo conosciamo” ne sono un chiaro segnale. La stampa britannica si concentra in particolare su che cosa farà la Germania: il Financial Times del 24 novembre si chiede se “la Germania ucciderà l'Euro?”, mentre l'Independent fa eco il 25 novembre: “La Germania sarà la prima a lasciare l'Euro?”.
Entrambi i quotidiani, ed anche altri in Gran Bretagna, avvisano i lettori che c'è da attendersi una sentenza della Corte Costituzionale tedesca a favore dei ricorsi presentati contro gli aiuti EU all'Eurozona, e che gli elettori in Germania sono contrari a questi giganteschi salvataggi e sempre più ostili nei confronti dell'Euro. “No, la minaccia all'Euro non viene dai membri più deboli, ma da quelli più forti” scrive The Independent. “La riforma dei trattati che governano l'Euro è dunque essenziale per la Germania… In pratica, tuttavia, è difficile immaginare che la Germania riesca ad ottenere le riforme che desidera il suo elettorato”.
E questa è la più grande minaccia alla moneta unica europea in questo momento – che l'anno prossimo, con la frustrazione per la propria incapacità di ottenere una riforma significativa dell'Euro, la Germania (e altri paesi che la pensano come lei) potrebbero abbandonare il progetto in cui hanno investito così tanto".
Il Daily Telegraph è andato oltre, citando il Prof. Wilhelm Hankel, uno dei cinque ricorrenti presso la Corte Costituzionale, che dice: "La Germania non può continuare a pagare i salvataggi senza andare in bancarotta. Questo fa paura alla gente. Non si trova una cassetta di sicurezza libera in banca oggi in Germania perché sono state tutte affittate e riempite di oro e argento. È una specie di Svizzera underground entro i nostri confini. La gente ha ricordi terribili del 1948 e del 1923, quando perse tutti i risparmi… c'è stata una chiara violazione della legge, e nessun giudice può ignorarla. Sono convinto che la Corte vieterà futuri pagamenti". Il Telegraph conclude: “Se ha ragione – e lo sapremo in febbraio – la crisi del debito UE subirà una svolta drammatica”.
In effetti ci sarà un'udienza decisiva in dicembre, e si prospetta una sentenza all'inizio dell'anno prossimo. Questo scatenerà sicuramente una forte reazione dai mercati finanziari, contro cui dovranno proteggersi i tedeschi, se vogliono evitare di andare a fondo insieme al sistema in bancarotta del gruppo Inter-Alpha.
In Germania stessa molte personalità si sono unite ad Hankel nel mettere in dubbio il sistema dell'Euro “come lo conosciamo”, inclusi Hilmar Kopper, ex amministratore delegato della Deutsche Bank, e Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca (BDI). A livello parlamentare, i politici dell'FDP in particolare (il partner di minoranza nella coalizione) hanno annunciato che non voteranno a favore degli aiuti al sistema bancario irlandese, aggiungendo che occorre proteggere il denaro dei contribuenti da tale misura.
E Carsten Schneider, portavoce dell'SPD sul bilancio, ha fatto appello al ministro delle Finanze Schaeuble affinché dica alla seduta speciale del Commissione Bilancio al Bundestag il 29 novembre “che tipo di Piano B abbia, se dovesse crollare il sistema dell'Euro”.
In Italia Paolo Savona, presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha reiterato il suo appello per un Piano B italiano, per un futuro al di fuori dell'Euro. Parlando a Radio Vaticana il 22 novembre ha detto che l'unica domanda è se l'Euro verrà abbandonato per scelta o come un "risultato inevitabile". Un paese serio, ha aggiunto, deve avere "un programma, un'ipotesi, un Piano B che includa questa possibilità".
In un'intervista il 19 novembre alla pubblicazione internet Sussidiario.net, Savona sostiene che “le soluzioni tampone che si stanno individuando non possono funzionare”. “È meglio, a questo punto, che ogni paese abbia un suo schema su come uscire dalla situazione. Ognuno deve sapere cosa succede e cosa fare qualora si rompa l’Eurozona o addirittura l’Unione Europea”. Oggi, denuncia Savona, “siamo in una situazione di 'occupazione straniera', sono gli altri che ci devono dire come ci dobbiamo comportare. Questo non è accettabile, non è dignitoso”.
Fonte originale: EIR Stratetic Alert
giovedì, novembre 25, 2010
Le terre rare, un' arma commerciale cinese sconosciuta...
Come é iniziato il conflitto? .... Le prime denuncie contro la Cina sono venute dal Giappone. Pechino avrebbe allora proibito a molte navi di lasciare i porti cinesi per approvvigionare il Giappone. Se la Cina se ne difende, parecchi analisti stimano che l' Impero du Milieu avrebbe preso questa decisione in ritorsione al conflitto su le " acque territoriali " che oppongono i due paesi e che si é aggravata a fine Settembre......
In seguito Washington si é ugualmente preoccupato di eventuali restrizioni all' esportazioni di Terre rare. La Cina non avrebbe apprezzato molto l' apertura di un' inchiesta negli Stati-Uniti sulle sovvenzioni accordate all' esportazione di tecnologie " verdi " da parte delle autorità cinesi. Un conflitto commerciale condannato a esplodere un giorno o l' altro: ... in effetti, la Cina utilizza sempre piu le Terre rare per la propria produzione. Dal 2005 il volume delle Terre rare che la Cina esporta calano del 5% l' anno.
La Cina é il solo produttore di Terre rare? ... Le terre rare, in effetti non sono poi cosi rare.... Gli USA concentrano, per esempio il 15 % delle risorse mondiali e negli anni '80, assicuravano il 50% della produzione mondiale. L' Australia e l' Indonesia ne sono abbastanza ricche. Ma tutti hanno abbandonato alla Cina l' estrazione di queste materie prime. Un' errore strategico? .. Forse.. e secondo alcuni specialisti la domanda mondiale di Terre rare cresce attualmente del 15 % annuo tanto da spingere alcuni pasi come gli USA o l' Australia a riaprire alcune miniere.
La presa di controllo del mercato mondiale da parte della Cina é dovuta ad una politica dei prezzi molto aggressiva. Il prezzo del néodyne era compreso tra 30 e 35$ il kilo inizio 2002, é poi sceso a 5$. Con l' aumento esorbitante del prezzo delle materie prime e l' aumento della domanda, il prezzo é risalito a 35$ il kilo nel 2007. Ormai il néodyme si scambia a circa 30$. Questa situazione ha condotto gli altri grandi attori del mercato a chiudere la loro produzione. Rhône-poulenc ( diventata Rhodia ) aveva chiuso le sue miniere in Australia e in Africa del sud negli anni '90 e gli americani hanno fatto la stessa cosa.
La situazione é molto preoccupante per il controllo della Cina su questo mercato. Ad inizio degli anni '90, Deng Xiaoping aveva poclamato che .. " le Tere rare sono alla Cina quello che il Petrolio é per il Medio-Oriente " .... La situazione attuale gli sta dando ragione..........
PS: .... i 17 minerali.....le lanthane, le cérium, le praséodyme, le néodyme, le prométhéum, le samarium, l’europium, le gadolinium, le terbium, le dysprosium, le holmium, l’erbium, le thulium, l’ytterbium, le lidium, le tungstène et le lutetium.
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Ciao.... 1lm Luciano
mercoledì, novembre 24, 2010
Caos economico...il buonsenso o la formula magica Svizzera.....
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1lm Luciano
AREA EURO...
Vi giro una nota molto interessante scritta da nostri collaboratori sulle recenti discussioni sulla riforma del patto di stabilita' e sulla creazione di un meccanismo permanente di gestione della crisi del debito all'interno dell'Area Euro.
Il tema va seguito con molta attenzione per i forti impatti che potrebbe avere sull'Area. Da quando e' iniziato il dibattito gli spread sui paesi periferici hanno per il momento ricominciato ad allargarsi in maniera significativa.
L’AREA EURO PROVA A RIFORMARE LA POLITICA FISCALE: GIUSTI GLI OBIETTIVI; MA ARDUO E RISCHIOSO REALIZZARLI
La crisi del debito sovrano scatenatasi questa primavera ha reso drammaticamente evidente la necessità di una riforma della politica fiscale all’interno dell’area euro.
Il Consiglio Europeo del 28/29 ottobre ha fatto concretamente un primo passo in tale direzione, decidendo di:
1) Riformare il Patto di Stabilità e Crescita, per renderlo più capace di prevenire la deriva dei conti pubblici. Pur andando nella direzione corretta, la riforma è meno ambiziosa di quella avanzata dalla Commissione e dalla BCE.
2) Predisporre un meccanismo permanente per affrontare la crisi di uno stato dell’area euro, per evitare il ripetersi di quanto accaduto questa primavera con la crisi greca. Tale meccanismo potrebbe prevedere anche il coinvolgimento del settore privato, che sarebbe pertanto chiamato a sostenere un costo, accanto ai contribuenti.
E’ quest’ultima la novità di rilievo del Consiglio di Ottobre, molto diversa dall’impostazione finora adottata con il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (European Financial Stability Facility, EFSF, nato questa primavera per arginare il contagio derivante dalla crisi greca e di durata triennale).
Quali potrebbero essere le conseguenze:
· Se realizzato efficacemente, questo meccanismo potrebbe ridurre l’azzardo morale e rafforzare così la disciplina e la tenuta dell’area euro.
· Però, andando a toccare aspetti che potrebbero richiedere la riformulazione del Trattato (a meno di un anno dall’entrata in vigore della riforma di Lisbona e dopo 8 anni di estenuanti trattative per partorirla), avvia un percorso politico/istituzionale dai risvolti incerti e difficilissimo da realizzare nei tempi previsti oggi dal Consiglio (il 2013).
· Soprattutto, le conseguenze di breve periodo per i paesi periferici potrebbero essere molto negative. Questi ultimi, di fronte ad un nuovo allargamento degli spread dei propri titoli di stato contro quelli della Germania, già iniziato subito dopo la decisione del Consiglio a causa della revisione al rialzo del rischio di default da parte del mercato, potrebbero paradossalmente decidere di gettare la spugna e chiedere l’accesso al EFSF prima che scada nel 2013.
· Infine, non vanno ignorate le preoccupazioni della BCE in merito al rischio sistemico di breve periodo di un default di uno stato membro per il sistema bancario dell’area euro, e non da ultimo anche per il bilancio della stessa BCE, costretta a maggio dalla pressione degli eventi ad avviare un programma di acquisto di titoli di stato dei paesi periferici, ma in un contesto in cui il default di un paese membro era escluso categoricamente.
1. La decisione del Consiglio
La riforma del Patto adottata dal Consiglio è una versione più debole di quanto proposto della Commissione Europea:
1) Al posto di un sistema di regole automatiche, avanzata dalla Commissione, resta al Consiglio la flessibilità di valutare caso per caso.
2) Sono predisposte sanzioni più incisive, ma che non scattano immediatamente sulla base della valutazione della Commissione, serve una decisione del Consiglio.
3) Viene invece accolta la proposta di elaborare “un meccanismo di macro-sorveglianza”, che valuti non solo le finanze pubbliche di uno stato, ma anche l’indebitamento del settore privato e la posizione competitiva di un paese. In quest’ambito non sono però previste sanzioni, al contrario di quanto auspicava la BCE.
Resta pertanto al Consiglio Europeo ancora un notevole arbitrio politico, che ha impedito al Patto di Stabilità di funzionare a dovere in precedenza e che non soddisfa la richiesta di maggiore automatismo invocata dalla BCE.
In cambio del sì tedesco a questa riforma più annacquata, voluta dalla Francia e dai paesi mediterranei, la Germania ha però ottenuto che si decidesse di predisporre un meccanismo permanente di risoluzione della crisi di un paese membro.
Il Consiglio inizierà a discuterne i dettagli dal prossimo meeting di dicembre. Si vuole disegnare una riforma “leggera”, che non vada a modificare il Trattato (non è chiaro però fino a che punto questo sarà possibile) e che sia coerente con la clausola di “non-salvataggio” iscritta nello stesso. Pertanto, verrà contemplata anche la partecipazione del settore privato. Significa che un eventuale piano di salvataggio di uno stato membro in difficoltà potrebbe includere, come parte dell’accordo di ristrutturazione, anche la sospensione dei pagamenti degli interessi e/o la perdita di parte del capitale prestato dall’investitore.
2. La posizione della BCE
La BCE ha manifestare direttamente la propria insoddisfazione in una nota diffusa al Consiglio, che si accingeva a discutere la riforma. E’ inusuale che la BCE prenda una posizione così forte, ma quest’ultima avrebbe preferito che gli stati facessero fin da subito il massimo per rafforzare la credibilità delle finanze pubbliche (con un maggiore automatismo delle sanzioni), invece che imbarcarsi in una riforma del Trattato.
La BCE è anche molto preoccupata per le potenziali ripercussioni negative nel breve periodo sui paesi periferici e sul sistema bancario dell’area, nonché sul proprio bilancio, visto che a maggio è stata chiamata a partecipare al “salvataggio della periferia”.
Per la BCE, inoltre, è velleitario credere che possa esistere qualche cosa come un meccanismo “ordinato” di default: disegnare e implementare un piano simile nella pratica è molto difficile.
Ma a nostro avviso l’aspetto che più la disturba è il timore che, se si inizia a parlare di default, venga meno l’incentivo dei paesi dell’area euro a fare le riforme strutturali necessarie.
3. Conclusione: impatti sul mercato
Parlare di default di uno stato membro in un momento in cui i paesi periferici sono così tanto in difficoltà è estremamente rischioso:
1. Il mercato riprezzerà verso l’alto il rischio di default e l’allargamento ulteriore degli spread potrebbe rendere impossibile il risanamento delle finanze pubbliche. Paradossalmente, dal punto di vista di un paese periferico che si trova oggi in difficoltà, il nuovo meccanismo potrebbe incentivare la richiesta di accedere ai fondi del EFSF, finché disponibili, posto che dal 2013 in poi il rischio di default aumenterà sensibilmente.
2. Appare molto probabile a questo punto che la Grecia sarà chiamata a ristrutturare il proprio debito nel 2013.
3. Infine, se per realizzare la riforma proposta dalla Germania bisognerà riscrivere il Trattato, e posto che non è credibile che un’impresa del genere riesca entro il 2013, non escludiamo che il mercato ricominci a prezzare anche il rischio che la Germania, frustrata dall’insuccesso, decida di uscire dall’area euro.
Per concludere: la proposta tedesca è corretta, coraggiosa e resta l’unica possibile per tenere unita l’area euro nel lungo termine: gli stati virtuosi non devono pagare gli errori di quelli irresponsabili. Ma rappresenta una sfida politico/istituzionale notevole, che rischia nel breve di acuire lo stress sui paesi periferici e vanificarne gli sforzi di aggiustamento.
GIANLUCA CECCHINI
giovedì, novembre 18, 2010
Siderografo di Bradley 2011...
Dal 15 novembre il siderografo ci dice che i mercati stanno attraversando una fase piatta che potrebbe proseguire fino alla metà di febbraio 2011 (17/02), successivamente si lancerà in un fortissimo rally direzionale (in quale direzione però il siderografo non ce lo dice!!!) fino al 29-30 luglio 2011, dopodiché tornerà nuovamente laterale fino alla fine dell'anno.
sabato, novembre 06, 2010
La FED, la politica monetaria...e l'..."uomo nero"...

Io sono anti-keynesiano....ma se adesso negli USA ci fosse un economista della "teoria austriaca"
il conto lo starebbero già pagando gli ultimi.....
Bisogna ringraziare il cielo che la politica dell'...."uomo nero"....ha già iniettato 1600 mld di dollari
e probabilmente ne inietterà ancora...perchè in base alla Taylor Rule ne servirebbero almeno
altri 2.500/3.000 mld di dollari per riequilibrare il mercato, considerando che la curva è negativa.
La generazione nata tra il 1965 e il 1980 sarà portata alla fame.
Banco o non banco.
(stampando si genera inflazione e si diminuisce il potere d'acquisto,
lasciando correre si stacca la spina e si ferma l'economia...in entrambi i casi,
chi possiede 100 dollari oggi, tra ventanni non potrà comprarci niente...o li avrà già spesi
senza possibilità di riguadagnarli, lavorando!)
P.S. Naturalmente nel breve...nonostante tutto...i mercati saliranno...perchè il denaro stampato
non finirà mai nelle tasche degli ultimi, ma essendo in mano alle banche inonderanno il mondo
degli investimenti (equity- fixed&more...).
Qualcuno prevede per i prossimi 6 mesi lo S&P oltre 1400, il BUND intorno a 140 e il cross euro/dollaro
tra 1,55 e 1,60.....
Poi arriverà un altro crack (quello delle carte di credito?!?).
Io che non sono economista penso che se continueranno su questa strada nei prossimi ventanni
assisteremo ad un andamento a "pettine" degli indici azionari....guardando lo S&P pare che
i primi due denti siano già stati fatti....e la punta del terzo vada a compimento intorno al 2012....
mercoledì, ottobre 27, 2010
La guerra delle valute - facciamo le corna...
La Cina nonostante il rialzino dei tassi operato in settimana, non ne vuole sapere di svalutare lo Yuan. Così gli Stati Uniti continuano ad immettere denaro nel sistema e i Cinesi lo comprano. Anche Giappone e i Paesi Emergenti con in testa il Brasile si lamentano del continuo gioco al ribasso delle due superpotenze e adottano strategie simili o inseriscono tasse sull’ingresso dei capitali esteri. E l’Euro si rivaluta. Oltremodo. Paradossalmente l’economia più in crisi, quella europea, vede la propria moneta rivalutarsi del 15% nel giro di 1 mese e rischia così un vero e proprio collasso. Non basta quindi la fragilità del sistema finanziario e la disoccupazione, adesso c’è pure la guerra valutaria. L’Europa con la locomotiva tedesca ha chiuso con una leggera crescita un buon trimestre ma rischia di nuovo un tonfo sordo nel prossimo. A questo punto la guerra valutaria è iniziata e la BCE dovrebbe anch’essa cominciare a stampare moneta per arginare le politiche economiche degli altri, altrimenti i paesi con economie deboli come il nostro verranno spinti verso una nuova recessione, mentre renderà inutili i sacrifici dei paesi come Grecia Irlanda e Portogallo.
Sarebbe auspicabile un coordinamento delle politiche nazionali su scala mondiale, ma anche l’ultimo incontro del G7 e Fmi si è concluso con un fallimento sulle trattative sulla cooperazione economica globale e sui movimenti valutari ed è difficile prevedere un risultato positivo da quello koreano di questi giorni.
Nell’attuale scenario di stentata ripresa sono preoccupato soprattutto quando penso ai conti pubblici italiani. Si dice che il debito pubblico italiano è finanziato principalmente dagli italiani, ed è sicuramente vero, ma questo non ci mette automaticamente al riparo da problemi futuri. Il Debito Pubblico è rappresentato dalla massa di titoli in circolazione (BOT, BTP, CCT ) che ogni anno aumenta e che servono per finanziare il deficit Statale.
Qui sotto riporto una tabella che mostra l’andamento del debito negli ultimi anni confrontato con il PIL (in milioni di €) e l’aumento della vita media dei titoli in circolazione.
Quanto possiamo andare avanti così? Continuiamo da sempre ad accumulare debito e prima o poi proviamo ad indovinare chi dovrà saldare il conto.
Se oltre a questo ci aggiungiamo l’esplosione del forte indebitamento degli Enti Locali pari al 3,9% del PIL e il fatto che il 2011 sarà l’anno in cui molti Comuni, Province e Regioni dovranno iniziare a fare i conti con gli interessi degli Strumenti Derivati venduti dalle banche e acquistati da incapaci o delinquenziali amministratori locali sembra veramente di essere arrivati al punto di “non ritorno”.
Ricapitolando, ai fini del nostro scopo, facciamo le corna, speriamo che Trichet e i nostri governanti europei la smettano di essere ossessionati dall’inflazione e nello stesso tempo i nostrani “Berlusconi occasionali” diano inizio ad un risanamento efficace con misure, incentivi, investimenti veri e cambi di strategie che consentano di invertire un trend che ci sta portando direttamente al baratro.
Nel frattempo per i nostri investimenti continuiamo a perseverare la rotta della prudenza, quella tracciata da investimenti verso paesi scarsamente indebitati e con una buona crescita economica. Mari tranquilli, porti sicuri…
GIANLUCA CECCHINI
martedì, ottobre 12, 2010
martedì, settembre 21, 2010
Allaricerca del rendimento perduto...
Uno degli asset di investimento più importanti è senza dubbio il mercato delle obbligazioni. E’ un mercato molto vasto che presenta vari livelli di rischio e sicuramente ricco di potenziali opportunità. L’apertura dei mercati a livello mondiale consente facilmente la gestione dei capitali anche in aree lontane con i migliori esperti di investimento. Fino a qualche anno fa era approssimativamente semplice investire i propri risparmi nei titoli del debito pubblico dello Stato, in quanto, con un rischio non sempre percepito, i risparmiatori impiegavano la riserva di capitale in bot , btp o cct con ottimi ritorni percentuali. Con l’avvento della moneta unica europea e la diminuzione dei tassi di interesse sono venute meno queste “certezze” e gli istituti bancari, alla ricerca costante di redditività, hanno immesso nel sistema molteplici strumenti che tendono a fornire all’investitore una illusoria performances al verificarsi di determinati risultati futuri presunti e con alti costi non sempre ben decifrabili. E’ il caso di strumenti strutturati, derivati certificates e roba simile.
Proprio certi strumenti sono stati protagonisti nelle ultime crisi, da quella tecnologica alla crisi immobiliare a quella successiva del credito, amplificando il fenomeno della riflessività dei mercati.
Chi, però, a inizio anno, come i nostri grandi gestori, ha investito correttamente la parte di riferimento del patrimonio su obbligazioni di paesi con basso indebitamento e con economie in salute, senza farsi attrarre magari dai presunti facili ritorni in mercati traballanti come quello greco, si è portato a casa ritorni importanti, gran parte derivati dalla rivalutazione valutarie.
L’EMBI (Emerging Market Bond Index) è l’indice che misura la performance dei bonds governativi dei paesi emergenti. Per capire il riposizionamento e i trend di crescita delle economie mondiali è sufficiente dare un’occhiata alla composizione di questo indice e il ritorno degli investimenti da inizio anno. Per esempio un Bond Latino Americano ha avuto una performance media in Euro del 23% mentre uno Asiatico del 27%.
Nella tabella possiamo notare i Credit Default Swap di alcuni paesi, che evidenziano come Messico (125) e Tailandia (107) presentano differenziali di rischio Default dello Stato Sovrano inferiori rispetto all’Italia (191) o alla Spagna (220).
Un discorso a parte meritano i titoli di stato legati all’inflazione, che rappresentano l’effettiva garanzia di ritorno sul capitale reale fatto salvo il Debito dello Stato di riferimento. Da noi esistono varie emissioni di Btp con spreads sull’inflazione interessanti.
Per quanto riguarda i Perpetuals, Subordinati o Ibridi sono titoli di credito, subordinati a certe condizioni, emessi da Enti, Società o Stati Sovrani, che non sono privilegiati in caso di fallimento e quindi garantiscono in maniera subordinata o secondaria la restituzione del capitale, rispetto ad altre emissioni obbligazionarie. Offrono però ritorni cedolari importanti e possono essere quindi appetibili da investitori con esigenze di ritorni periodici e con orizzonti di lungo termine. I Subordinati normalmente incorporano una scadenza (call) o delle finestre temporali dove l’emittente ha la facoltà di rimborsare il capitale. Anche Unicredit e San Paolo ne hanno emessi con cedole interessanti intorno al 9%. I Perpetuals possono essere paragonati ai vecchi prestiti irredimibili. E’ una tipologia di titoli che sembra possano tornare di moda, allo scopo di ridurre le esposizioni degli Stati Sovrani, e, nello stesso tempo, visto la perdurante crisi economica con la conseguente difficoltà di innalzamento dei tassi di sconto, offrire agli investitori un interessante strumento.
Una via d’uscita dal Tunnel del Debito Maledetto?


