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giovedì, febbraio 10, 2011

 

...e l'FMI recita il mea culpa....

Il Fondo monetario ha fallito clamorosamente nel lanciare l'allarme sui rischi che hanno portato alla crisi globale, anche a causa del suo sostegno a politiche di regolamentazione e di pratiche nel settore della finanza che sono state fra le cause della crisi stessa.
Le durissime critiche al comportamento del Fondo, giudicato troppo influenzato dai grandi paesi industriali, sono contenute in un rapporto pubblicato ieri dall'ufficio di valutazione indipendente dell'Fmi. Il capo dell'istituzione di Washington, Dominique Strauss-Kahn, ha accettato di dover fare un "mea culpa", aggiungendo però che alcune delle lacune che hanno portato al fallimento dei compiti di sorveglianza sono state in parte corrette con le riforme avviate dal Fondo dopo la crisi e dirette al rafforzamento della sorveglianza, soprattutto preventiva, e a una maggior attenzione alla solidità dei sistemi finanziari.
Curiosamente, il rapporto esce subito dopo la denuncia dell'ex capo economista dell'Fmi, Raghuram Rajan (in un articolo sul Sole 24 Ore di martedì scorso), sull'incapacità degli economisti di prevedere la crisi: proprio Rajan era stato fra i pochi, già nel 2005, ad allertare sulla possibilità di una grave crisi, ma i suoi interventi avevano avuto scarsa eco nei pronunciamenti ufficiali del Fondo. Questi vengono a volte ammorbiti per evitare contrasti con i più importanti paesi membri.
L'abilità dell'Fmi di identificare correttamente i crescenti rischi è stata ostacolata tra l'altro, secondo il rapporto, dalla convinzione che una severa crisi finanziaria nei paesi avanzati fosse improbabile. Il Fondo riteneva che i mercati finanziari fossero fondamentalmente solidi e le grandi banche in grado di affrontare i problemi più prevedibili: questo ha portato a ridurre il senso di urgenza nel risolvere le situazioni a rischio. Il rapporto è particolarmente critico nei confronti delle procedure di sorveglianza bilaterale esercitate dall'Fmi su Stati Uniti e Gran Bretagna, dove i sistemi finanziari hanno poi rivelato enormi pecche. Mesi dopo lo scoppio della crisi, nell'immimenza del tracollo di Lehman, il Fondo aveva affermato che «il peggio è passato». Il documento dedica un'analisi specifica agli Usa e all'ottimismo del Fondo sull'innovazione finanziaria e al ritardo nell'individuazione dei rischi. Spesso, secondo il rapporto, l'istituzione di Washington ha abbracciato le tesi delle autorità americane, soprattutto la Federal Reserve, in difesa della grande finanza Usa.
Negli anni passati, dice lo studio, l'Fmi ha correttamente insistito sulla pericolosità degli squilibri globali, ma non ha saputo collegarli ai rischi sistemici per il settore finanziario.
I paesi industriali, tra l'altro, non erano stati inclusi nell'esercizio per identificare le vulnerabilità iniziato dppo la crisi asiatica della fine degli anni 90. I paesi emergenti hanno ripetutamente lamentato i due pesi e due misure della sorveglianza dell'Fmi, spesso aspra nei confronti delle loro politiche economiche, ma molto più blanda nei confronti delle principali economie avanzate.

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